Un tema ricorrente che ultimamente è sempre più presente nei post del gruppo:
La scelta del microinfusore
Capisco l’interesse e anche la richiesta di informazioni, ancora di più da parte di chi è entrato da poco in questo mondo.
La mia intenzione non è di impedire questo tipo di richieste ma far capire che è una scelta molto complessa e soggettiva che deve tenere conto di tante variabili e non si può tifare solo perché si usa uno o l’altro.
Personalmente non credo che qualcuno sul gruppo può aiutarti nella decisione per tanti motivi:il tipo, le funzionalità e le caratteristiche del microinfusore sono molto diverse.
Spesso sì chiedono informazioni da chi ha usato quel microinfusore in particolare oppure chi ne ha provati due per fare un confronto e le risposte arrivano magari da chi ha avuto il modello precedente oppure ha provato solo un micro con cui si trova bene e non cambierebbe mai.
Ancora meno chiederei in un gruppo specifico come Tandem t:slim X2 utenti o medtronic 780g perché sicuramente vincerà la maggioranza.
Per non parlare della comodità che è molto soggettiva come lo è anche la preferenza e l’accettazione del dispositivo.
Ci sono persone che non accettano il catetere e preferisco la Patch pump nonostante le sue limitazioni, ma le abitudini di vita dettano spesso anche le nostre decisioni quotidiane.
Ho visto risultati migliori di persone in terapia multiinietiva rispetto a qualcuno con un sistema automatico perché non basta indossare un sistema di infusione dell’insulina ma bisogna imparare ad usarlo bene assieme al sistema di monitoraggio della glicemia.
Anche qui si apre un mondo e spesso la scelta del microinfusore è vincolata dal tipo di sensore.
La parte seguente è già stata riportata in un’altro post ed è ancora valida.
https://www.glicemiadistanza.it/levoluzione-della-terapia-insulinica-con-microinfusore/
Come ribadito anche dalla posizione dell’ADA, il più importante componente del sistema tuttavia resta ancora il paziente: la tecnologia scelta deve essere appropriata per la persona che si ha di fronte.
La scelta del microinfusore più evoluto non è ancora garanzia di successo, a meno che non si realizzi la corretta integrazione non solo sensore-microinfusore ma anche sistema-paziente.
E perché questo accada il medico ha un ruolo chiave di educazione, training e monitoraggio.
La parte educativa e di training diventano cruciali per il successo terapeutico.
Anche il follow-up è fondamentale per capire se il sistema stia facendo bene il suo lavoro e se il paziente lo utilizzi secondo protocollo.
Certo abbiamo ancora un sistema “ibrido” in cui l’intervento umano è fondamentale ed è bene non dimenticarlo.
Molti pazienti e perfino tanti medici potrebbero avere un concetto di pancreas artificiale che ancora non è realtà.
Un sistema ad ansa totalmente chiusa ancora non c’è, qualcosa che possa realizzare il sogno di ottenere un TIR prossimo al 100% con episodi ipoglicemici totalmente assenti
L’accettazione da parte del paziente di una soluzione comunque “protesica” per una patologia altrimenti “invisibile”, l’impegno che ne deriva per la gestione del cambio del set d’infusione (di solito da praticare ogni tre giorni), per l’applicazione e ,laddove richiesto, per la calibrazione del sensore, per la conta dei carboidrati e, come ricordato prima, per una rapida risposta ad innumerevoli allarmi e richieste da parte del microinfusore per poter mantenere attivo l’automatismo, sono tutte cause potenziali di abbandono di tale terapia. Bisogna quindi preventivamente affrontare con il paziente che si approccia alle nuove tecnologie tutte queste criticità per fargli comprendere come solo la migliore gestione della tecnologia può dare i risultati attesi.
Parla con il tuo medico e prima di fare una scelta definitiva, può essere opportuno effettuare un periodo di prova che solitamente i centri propongono 2 mesi per decidere.
Le foto sono estratte dal documento:
Dall’automonitoraggio ai sistemi ibridi Daniela Bruttomesso Azienda Ospedale Università di Padova
Cristian



